Che SPRECO, lo SPRECO alimentare!

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02 Ott 2017

Lo spreco alimentare: un problema mondiale

L’80% della popolazione del pianeta vive con meno del 20% delle risorse.

Il restante 20% sfrutta più dell’80% di ciò che il pianeta offre e buona parte del cibo prodotto viene sprecato.

La FAO stima che ogni anno un terzo, in peso, di tutti gli alimenti prodotti per il consumo umano nel mondo venga perso o sprecato, circa 1,3 miliardi di tonnellate.

Nella sola UE ogni anno si sprecano 88 milioni di tonnellate di alimenti, pari a 173 kg di alimenti a persona e i costi associati a questo fenomeno sono stimati in circa 143 miliardi di euro.

C’è una differenza sostanziale tra perdite e sprechi, anche se sono due aspetti dello stesso problema.

La FAO in tal senso considera le “perdite alimentari” quelle che si riscontrano durante le fasi di produzione agricola, post-raccolto e trasformazione degli alimenti, mentre gli “sprechi di cibo” si verificano nell’ultima parte della catena alimentare (distribuzione, vendita e consumo finale).

I primi dipendono da limiti logistici e infrastrutturali, i secondi da fattori comportamentali (FAO, 2011).

Perdite e sprechi alimentari comportano uno sperpero di acqua, suolo, ore di lavoro, energia e altre risorse preziose e spesso limitate. Inoltre questi sprechi hanno un impatto sul clima, contribuendo ai cambiamenti negativi che tutti conosciamo.

Si calcola che la loro impronta di carbonio globale sia circa l’8% del totale delle emissioni globali di gas a effetto serra (GES) di origine antropica.

Nell’UE, la produzione e lo smaltimento dei rifiuti alimentari sono all’origine dell’emissione di 170 milioni di tonnellate di CO2 e consumano 261 milioni di tonnellate di risorse.

Lo spreco in Italia

Lo spreco di cibo nelle case degli italiani ammonta a circa 145 kg all’anno per famiglia, secondo Waste Watcher.

Gli sprechi alimentari costano all’Italia 12,5 miliardi che sono persi per il 54% al consumo, per il 21% nella ristorazione, per il 15% nella distribuzione commerciale, per l’8% nell’agricoltura e per il 2% nella trasformazione.

Il cibo sprecato potrebbe sfamare 600mila persone con tre pasti al giorno per un anno.

Alle discariche che scoppiano di alimenti in decomposizione, fanno da contraltare le immagini del miliardo di affamati presenti nel mondo.

Tutto questo per una filiera alimentare troppo lunga, piena di “falle”, globalizzata e quindi poco attenta alle esigenze particolari e dei territori, alla scarsa considerazione del valore del cibo che vige nelle società opulente, normative assurde che determinano la distruzione di quote di cibo prodotto, limiti tecnologici e una scarsa preparazione dei consumatori sui temi dell’acquisto e dell’utilizzo del cibo.

L’Italia però è anche uno dei pochi paesi europei ad aver adottato misure per ridurre lo spreco attraverso il recupero e la donazione delle eccedenze alimentari a fini di solidarietà sociale, per la prima volta nel 2003 con la legge n. 155 (legge del “buon samaritano”) e da ultimo con la Legge 19 agosto 2016, n. 166 (cosiddetta “legge Gadda”), che ha previsto misure di semplificazione, agevolazioni amministrative per i donatori e la possibilità per i comuni di incentivare chi dona alle organizzazioni non profit con una riduzione della tassa dei rifiuti.

Un paradosso inaccettabile

Lo spreco alimentare è un paradosso inaccettabile: la Terra viene sfruttata per produrre un surplus di alimenti che si sprecano in modo iniquo e insensato, mentre in alcune parti del mondo e in alcuni strati delle società, anche avanzate, crescono l’impoverimento e la denutrizione (attualmente quasi 1 miliardo di persone sono malnutrite).

Se fosse possibile recuperare gli sprechi, questi sfamerebbero 2 miliardi di persone al mondo.

L’UE prevede che, in assenza di politiche di prevenzione, si passerà dagli attuali 88 milioni di ton/anno a 126 milioni di ton/anno di rifiuti alimentari nel 2020, per cui gli sforzi si dovrebbero concentrare su tutti i livelli della catena alimentare, puntando alle cause per ciascun settore.

Come ha affermato Papa Francesco, “il cibo sprecato è cibo rubato ai poveri” (udienza generale 5 giugno 2013).

Ma dove si annidano gli sprechi?

A livello globale, sussistono differenze in relazione al momento e al luogo in cui si verificano gli sprechi e le perdite alimentari.

Nei paesi industrializzati, la maggior parte degli sprechi si concentra nelle fasi finali, ovvero distribuzione e consumo.

Nei paesi in via di sviluppo, invece, si concentra nelle fasi iniziali, a causa della mancanza di pratiche agricole avanzate, di sistemi di trasporto efficienti e di infrastrutture e impianti di conservazione sicuri.

Secondo le stime del progetto FUSIONS (Food Use for Social Innovation by Optimising Waste Prevention Strategies), i settori che contribuiscono maggiormente agli sprechi alimentari nell’UE sono i nuclei familiari, con il 53%, e i processi di trasformazione, con il 19%.

Il settore dei servizi di ristorazione contribuisce con il 12 %, la produzione primaria con il 10% e le vendite all’ingrosso e al dettaglio con il 5%.

In Italia, gli sprechi alimentari, stimati in circa 12,5 miliardi di euro, si perdono per il 54% al consumo, per il 21% nella ristorazione, per il 15% nella distribuzione commerciale, per l’8% nell’agricoltura e per il 2% nella trasformazione.

Quindi oltre la metà si concentra a livello domestico: spesso i consumatori non riescono a pianificare i propri acquisti, comprano più cibo di quel che serve, o reagiscono in modo eccessivo all’etichetta “da consumarsi preferibilmente entro”, mentre eccessivi standard di qualità ed estetici portano i rivenditori a respingere grandi quantità di cibo perfettamente commestibili.

Qual è il ruolo che può svolgere l’agricoltura?

Gli agricoltori stanno già dando un contributo significativo alla gestione sprechi, cercando di utilizzare le risorse naturali nel modo più efficiente possibile e minimizzare le perdite sulle loro aziende agricole.

I prodotti che non soddisfano gli standard fissati dalla legge o dal mercato e che non possono essere utilizzati direttamente per il consumo umano sono utilizzati per la trasformazione. Se ciò non è possibile, sono utilizzati per altri scopi come mangimi per animali, prodotti a base biologica, bioenergia o per essere incorporati nel terreno per aumentare il contenuto di materia organica.

L’informazione dei consumatori è un ambito critico in cui è necessario un maggiore sforzo per ridurre gli sprechi alimentari, attraverso la sensibilizzazione e campagne di informazione e di formazione.

Per questo, Coldiretti e Campagna Amica si sono attivate attraverso varie iniziative (diffusione di volantini, brochure e campagne sul web), invitando il consumatore a leggere attentamente la scadenza sulle etichette, verificare quotidianamente il frigorifero dove i cibi vanno correttamente posizionati, effettuare acquisti ridotti e ripetuti nel tempo, privilegiare confezioni adeguate, scegliere frutta e verdura di stagione, ma anche realizzando un agri-bag per portarsi a casa gli avanzi dei pasti consumati negli agriturismi.

Un ulteriore contributo alla riduzione degli sprechi viene dalla vendita diretta degli agricoltori, che garantisce una durata maggiore dei prodotti e soprattutto aumenta la conoscenza e la consapevolezza del consumatore delle caratteristiche del cibo, del territorio dal quale proviene e dell’ambiente.

Un consumatore più informato del “valore” (materiale e immateriale) del cibo è un consumatore che sicuramente evita di sprecarlo.

Anche l’iniziativa “Compostiamoci Meglio” di Campagna Amica dà un apporto alla riduzione degli sprechi attraverso il compost, prodotto della decomposizione di materie organiche mediante l’azione di batteri e funghi, che si può utilizzare come fertilizzante.

Insomma, l’agricoltura italiana può dare una risposta costruttiva al problema degli sprechi, con i suoi valori fondanti di autenticità, qualità e distintività, difendendo il diritto a una sana alimentazione, equa e sostenibile per tutti.


Il decalogo del consumatore attento

  1. Effettuare acquisti ridotti e ripetuti nel tempo

  2. Fare la lista della spesa prima di recarsi al punto vendita

  3. Attenzione ai formati convenienza: il 3X2 conviene solo se si consuma effettivamente il prodotto, altrimenti c’è il rischio che finisca nella spazzatura

  4. Fare la spesa poco prima di recarsi a casa ed evitare di lasciare troppo a lungo i prodotti freschi in auto al sole (se c’è l’aria condizionata, in estate è meglio riporre le buste della spesa sul sedile posteriore, che nel bagagliaio)

  5. Preferire prodotti locali e di stagione, meglio se direttamente dai produttori o nei mercati degli agricoltori: hanno viaggiato meno, sono più freschi e durano di più

  6. Per frutta e verdura, scegliere prodotti al giusto grado di maturazione, non appassiti, con aspetto turgido e non eccessivamente necrotizzai nei punti di taglio e preferire, compatibilmente con le esigenze, frutti interi

  7. Mantenere separate le confezioni delle diverse varietà di frutta e verdura acquistate. E preferite sempre le buste di carta ai sacchetti in plastica

  8. Una volta a casa, riporre con attenzione la spesa nel frigo nel posto giusto (frutta e verdura nei cassetti: pece e carne cruda al primo piano; carne cotta al secondo; affettati e formaggi più in alto; conserve aperte e uova ancora più su) e in dispensa mettendo gli alimenti più “nuovi” con una data di scadenza più lontana dietro a quelli più vecchi per consumarli prima

  9. Cucinare ricette antispreco: molte ricette della tradizione italiana nascono come “povere” quindi naturalmente antispreco, con pochi ingredienti

  10. Congelare gli alimenti che avanzano scrivendo sul contenitore la data

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