VI giornata per la prevenzione dello spreco alimentare

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08 Feb 2019

Nel nostro Paese, secondo uno studio Coldiretti/Ixè, svolta a tavola con oltre sette italiani su dieci (71%) che hanno diminuito o annullato gli sprechi alimentari nell’ultimo anno.

05.02.2019 – Secondo uno studio del 2016 commissionato dalla Commissione Europea, il fenomeno del “food waste” in Europa ammonta annualmente a circa 88 milioni di tonnellate di cibo sprecato, l’equivalente di circa 143 miliardi di euro.

Per la FAO, circa un terzo di tutto il cibo prodotto globalmente per il consumo umano va perso o sprecato e questo equivale a 1.3 miliardi di tonnellate l’anno (circa 670 milioni di tonnellate nei Paesi industrializzati e 630 nei Paesi in via di sviluppo) per un valore di 2600 miliardi di dollari.

Diminuire del 25% lo spreco alimentare a livello mondiale sfamerebbe chi nel mondo non ha abbastanza cibo, se si considera che oltre 800 milioni di persone soffrono la fame e 2 miliardi la malnutrizione (contro 2 miliardi in sovrappeso).

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura stima che i consumatori dei Paesi industrializzati gettano nella spazzatura mediamente 286 milioni di tonnellate di prodotti a base di cereali, cioè l’equivalente 763 miliardi di confezioni di pasta, cioè circa il 30% dei cereali prodotti globalmente. Per frutta e verdura la percentuale arriva addirittura al 45%. Inoltre, viene sprecato il 35% del pesce pescato e il 20% dei prodotti lattiero-caseari e della carne.

L’ultimo rapporto Waste Watchers ci offre un’interessante panoramica sulla percezione del problema: emerge l’immagine di un Paese che sta migliorando nella consapevolezza ma che fatica a guardarsi allo specchio, sprecando decisamente più cibo, che energia o acqua.
Infatti, se ad oggi il 61% degli italiani congela il cibo a rischio deperibilità, il 44% lo assaggia prima di buttarlo e il 48% usa ricette di recupero, una gran parte degli intervistati (47%) crede che la colpa degli sprechi alimentari sia della filiera e della distribuzione agroalimentare.

Purtroppo però sono gli sprechi tra le mura domestiche quelli che rappresentano più della metà degli sprechi alimentari.

Un dato significativo se consideriamo che nella ristorazione lo spreco di cibo arriva al 21%, mentre nella distribuzione solo al 15%. Chiudono questa classifica l’agricoltura con l’8% e il settore della trasformazione agroindustriale con il 2%.
Coldiretti stima che in Italia si buttano praticamente oltre 16 miliardi, quasi l’1% del PIL, e che gli sprechi alimentari nelle case degli italiani ammontano a circa 36 kg pro-capite.


ALCUNE BUONE PRATICHE PER RIDURRE GLI SPRECHI

Per evitare di buttare il cibo basterebbe quindi seguire poche e semplici buone pratiche come preparare una lista della spesa ragionata dei prodotti prima di recarci al punto vendita e leggere attentamente la scadenza sulle etichette.

Utilissimo inoltre verificare quotidianamente il frigorifero, dove posizionare gli alimenti nel modo corretto, ed effettuare acquisti ridotti e ripetuti nel tempo.

Un’altra buona pratica, che per alcuni può risultare un po’ più impegnativa ma sicuramente più sostenibile, sarebbe quella di ridurre il ricorso alla classica maxispesa settimanale o mensile negli ipermercati perché aumenta il rischio di non riuscire a consumare tutto ciò che si è comprato, a danno anche della qualità e della freschezza nutrizionale degli alimenti.

In tal senso, appare significativo quanto emerso dall’ultimo rapporto FIPE, con il 50,1% degli italiani che tornano alla spesa del “giorno per giorno” e che preferiscono acquistare il necessario quotidianamente per ridurre gli sprechi.

Secondo un’analisi della Coldiretti, fare la spesa in filiere corte con l’acquisto di prodotti locali taglia del 60% gli sprechi rispetto ai sistemi alimentari tradizionali: lo spreco alimentare scende dal 40-60% per i sistemi alimentari di grande distribuzione alimentare ad appena il 15-25% per gli acquisti diretti dal produttore agricolo.

I rimedi dunque che possiamo adottare non sono solo di natura organizzativa, ma incidono soprattutto sui nostri stili di consumo.


SPRECO ALIMENTARE è anche sinonimo di SPRECO DI RISORSE NATURALI … non solo di soldi.

Sprecare cibo aumenta quindi le disuguaglianze e contribuisce a velocizzare il cambiamento climatico, impattando negativamente sul raggiungimento entro il 2030 di diversi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Infatti, ridurre lo spreco alimentare ci permetterebbe di raggiungere non soltanto gli obiettivi globali SDG 2 (Fame Zero) e SDG 12 (assicurare processi di produzione e consumi sostenibili), ma anche altri obiettivi come ad esempio il n. 1, “Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo”; il n. 6 “Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua”; il n. 11.6 “Entro il 2030, ridurre l’impatto ambientale negativo pro-capite delle città” e il n. 13 “Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico”.

I fattori generali che maggiormente condizionano gli enormi sprechi alimentari sono in particolare la crescita della popolazione mondiale, l’urbanizzazione e la diffusione economica e culturale dei sistemi agroindustriali di massa (dalla produzione alla distribuzione, fino al consumo finale)

Nel suo ultimo rapporto sulla prevenzione degli sprechi alimentari, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale conferma che ridurre gli sprechi complessivi di almeno il 25% rispetto agli attuali, aiuterebbe a prevenire non soltanto l’aumento delle disuguaglianze e ristabilire le condizioni di sicurezza alimentare in Italia, ma anche a mitigare le conseguenze negative sulle risorse ambientali legate alla produzione di cibo.

Diverse evidenze mostrano infatti che gli sprechi alimentari, soprattutto nella vendita e nel consumo, aumentano insieme alla crescita dei livelli di sviluppo economico e ciò può essere valido anche per le perdite nette da allevamenti e per la sovralimentazione. Questi determinanti portano all’aumento dei volumi di prodotti alimentari commercializzati e incidono quindi profondamente sul livello di sprechi generati.

A parità di risorse usate, i sistemi agro-ecologici diversificati e di piccola scala producono da 2 a 4 volte meno sprechi rispetto ai sistemi agro-industriali e consumano in totale molte meno risorse; i primi infatti sono più sostenibili nel medio-lungo periodo e forniscono un valore nutrizionale superiore.
Nel mondo l’agricoltura di piccola scala produce almeno il 50% degli alimenti totali usando solo il 25% dei terreni agricoli. Alcuni studi hanno evidenziato che le filiere corte, biologiche e locali, consentono di ridurre gli sprechi pre-consumo fino al 5% rispetto al 40% dei sistemi agroindustriali.”

Secondo l’ISPRA, quindi, la sovrapproduzione di eccedenze è una tra le cause principali degli sprechi: ad ogni incremento di offerta e consumo si innescherebbe quindi una crescita dello spreco pari +3,2% ogni anno, che genera inoltre effetti ambientali molto significativi.

In tal senso, l’ISPRA stima che le emissioni di gas-serra collegate allo spreco alimentare siano circa 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, pari a oltre il 7% delle emissioni totali: se fosse una nazione, lo spreco alimentare sarebbe al terzo posto dopo Cina e USA nella classifica degli Stati che più contribuiscono al riscaldamento globale!

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leggi la definizione di spreco alimentare

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